giovedì 25 febbraio 2016

Giovannini... from Imola with Albana e Sangiovese!

Capita a volte che percorri centinaia di chilometri od ore di macchina per conoscere un azienda vinicola, e quella che hai vicino a casa non vai mai. Ho rimediato, 10 minuti d’auto e sono Imola, più precisamente a Linaro, lascio la strada principale e m’inerpico su una piccola collinetta ma che dalla strada che la percorre, sembra chissà dove per quanto è dissestata.
Nel cortile mi accoglie Jacopo Giovannini, giovane condottiero dell’omonima azienda che da diverso tempo sta facendo parlare di se sempre di più. Attorno alla cantina ci sono i vigneti delle varietà rosse, cabernet sauvignon ma soprattutto l’adorato Sangiovese, terreni pieni e duri, nessun impianto d’irrigazione ma con sesti d’impianto larghi da permettere un agevole sovescio che viene praticato regolarmente. Nel secondo corpo aziendale invece le bacche bianche con in primis l’Albana, qui siamo più in alto, attorno ai 300 msl.
Grande attenzione agli interventi ad ai particolari in vigna, tanto che il rame viene sospeso già alla fioritura. L’uso del legno in cantina è rilegato a qualche mensola, per il resto solo acciaio termo controllato per le vinificazioni e l’amato cemento per le maturazioni.
Jacopo mi ha preparato due interessantissime verticali dei due prodotti più rappresentativi dell’azienda l’albana GioJa e il Sangiovese GioGiò, per la precisone il Romagna Albana DOCG secco il GioJa 100% albana e il Romagna Sangiovese Doc Superiore GioGiò 100% Sangiovese.
Il GioJa (visto il percorso nel tempo, tralascio tutta la denominazione ufficiale) prende il nome da GIOvannini Jacopo, ed è la sua interpretazione del vitigno, la sua idea di trasformazione dell’uva in vino.
Il primo assaggio è della 2014, annata fredda che si ripercuote nel vino rendendolo più sottile ed affilato ma con un’impronta fruttata e profumata chiara.
Passiamo poi al 2012, ancora senza etichetta giacché non in commercio, per Jacopo ha ancora bisogno di affinamento. L’annata calda ha regalato uve perfette e Jacopo si è divertito a macerare di più la vinificazione per un’estrazione più marcata, cosa che ha reso il vino molto più intenso e polposo e dal colore giallo dorato, sensazioni di frutta matura ed agrumata ma con un gioco di tannino e freschezza molto elegante, piacevole. Ricco di saporita sapidità, forse l’interpretazione che più mi è piaciuta.
La 2007, anch’essa annata calda, ha mantenuto una bella freschezza ed evidenzia un frutto maturo che s’intreccia con note da idrocarburo d’evoluzione che danno fascino e carattere. In bocca entra morbido, pieno e ricco ma con un’acidità ancora intensa e piacevole. E’ la bottiglia che mi sono portato a casa.
Chiudiamo con la 2003, annata iper calda e a 14 anni di distanza mi aspettavo un vino cotto e finito, invece ha ancora un suo perché, evidenti note terziarie d’evoluzione ma la bocca è viva articolata e sapida. I bianchi non possono invecchiare? L’albana va bevuta giovane? Fate un salto da Giovannini e poi riconsiderate il tutto.
Siamo poi passati ad un’altra verticale, stavolta sul sangiovese, anch’esso in assoluta purezza, così come da imprinting di Jacopo il Romagna Sangiovese DOC Superiore GioGiò, nome che deriva dal padre Giorgio, ma andiamo con ordine.
La prima annata assaggiata è la 2014, la prima in cui ha smesso di mettere rame dalla fioritura motivo per cui necessita di tempo per aprirsi. Frutto non ancora definito, bocca tenue ma intensa, sottile e corpo sfuggente. Risente dell’annata fredda e difficile, Jacopo ha preferito uscire lo stesso soprattutto per raccontare un percorso integrale storico, in cui oltre a belle annate ci sono quelle più povere. Ma averne di questi vini in queste annate.
La 2013 è stata un’annata più equilibrata e mediterranea si sente il frutto rosso maturo completo, in bocca è armonioso tannino spigoloso ma mai scorbutico. Esuberante e gioviale nella piacevole beva.
Siamo poi passati alla mia preferita, quella in cui  ho trovato più svolto e completo il vino, la 2010 in cui naso di terziario la fa da padrona, con leggere spezie orientali e pepate. Al bellissimo naso ha corrisposto una bocca setosa ed armoniosa in cui i 15° di alcool sono ben integrati. Dritto, equilibrato, fresco e tannino affilato. Note ematiche e agrumate nel lungo finale.
Abbiamo poi continuato con la 2006 in cui presentava un naso ancora pieno e vigoroso, asciutto ma scattante in bocca, dotato ancora di discreta acidità che gli dava vivacità.
Nella versione 2005 era vivo di naso evoluto sul terziario, frutto macerato succoso, manca un pelo di struttura risentendo abbastanza della forte e continuativa pioggia in vendemmia. Abbiamo poi finito con un vino di 12 anni fa, la 2004 in cui si chiamava semplicemente Giò ed è vecchia etichetta. Il naso segna un po’ il passo, si sentono gli anni alle spalle, pardon, in bottiglia, il frutto ha lasciato il passo alle note terziarie, in bocca invece è ancora vivo ed armonioso.
Infine poggiato l’ultimo calice allo, Jacopo mi dice testuali parole: “ora andiamo ad aprire il cassetto della biancheria intima delle donne” ovviamente lo accompagno… abbiamo assaggiato le prime vasche della 2015, l’Albana GioJa ha ancora sentori vinosi, ma la stoffa c’è tutta, frutto giallo pieno e sodo, corposo e con un affascinante attacco leggermente tannico. Anche il GioGiò si ri riempie di materia dopo l’avaro 2014, corpo e struttura di assoluto livello, per ora un frutto chiarissimo e marcato che andrà ad evoluirsi e perfezionarsi in cemento, dove passerà un anno prima di affinarsi un altro anno ancora in bottiglia.

Concludendo direi un bel percorso nel tempo di un giovane produttore trentacinquenne ma con un esperienza ormai decennale che sta proseguendo nella sua missione, cioè la volontà di trasformare il frutto uva nel nettare vino rimanendo fedeli il più possibile al territorio e all’autenticità del vitigno ed dell’annata. Infine ultima nota, che ho apprezzato davvero tanto che da questi giorni sarà presente sulle sue bottiglie l’etichetta “Vignaioli Artigiani Romagnoli”, piccolo gruppo di “autentici e rustici” produttori made in Romagna.

giovedì 10 settembre 2015

Champagne, la prima volta

La mia prima volta. Ebbene si un piccolo "randezvous" adatto solo ai minori. Ovviamente 
niente luci rosse, solo un po’ di alcool. Finora, 
sullo champagne, ho solo letto ed ascoltato 
altrui esperienze che in certo senso mi hanno 
fatto sentire un appassionato di serie B. Così, 
spinto da un'estate lavorativamente anomala 
che mi ha proposto solo 2 settimane di ferie 
peraltro separate, ho preso lamia auto e 
imboccato l'autostrada direzione Epernay
cuore dello Champagne, e dopo 1076 km ecco la mia prima volta. Se i primi 800 km mi hanno messo fisicamente alla prova, interamente 
sotto una pioggia battente novembrina, gli 
ultimi km sono stati devastanti, non ho visto un vigneto, niente di niente, facendomi 
seriamente preoccupare. Scarico l'auto e 
imposto il GPS per la prima visita... ed eccomi 
immerso in una marea di vigneti fin dove 
l'occhio può arrivare. Sono a Sacy, in piena 
Montagna de Reims, culla del Pinot Nero, I 
gentilissimi Hervieux mi compagnano in giro 
per la loro tenuta, assaggio l'uva prossima alla vendemmia e con mia sorpresa scopro che 
loro prediligono in gran misura lo chardonnay, cosa che si ripeterà nel proseguo. L’uva è 
pronta, almeno mi pare dalla dolcezza che ne 
percepisco, ma sarà il Comitato a dare il via 
ufficiale; prima di quella data non si può 
raccogliere. Quest’anno prevista dall'8 
settembre. 
Dopo? Ognuno fa quel che vuole. Ho 
assaggiato l’intera produzione, vini precisi 
diretti e piacevoli e usano molto il “Vintage”, 
per trasmettere il più possibile l’idea 
dell’annata e del territorio. Su tutti mi ha 
colpito la semplicità del Brut Chardonnay 
2013, fresco nella frutta acerba, leggermente 
agrumato e dal perlage insistente.
Subito dopo 
pranzo sono ad 
Avize, comune 
Gran Cru de “La Cote des blancs”, 
una ventina di 
chilometri 
perpendicolari d 
Epernay, qua lo 
chardonnay la fa da padrona, difatti da Franck Bonville, producono solo chardonnay. 
Compra un poco di Pinot Nero, che utilizza solo per il Rosè, che da loro, così come la 
maggior parte producono aggiungendo del 
vino rosso al mosto. La cantina è molto bella i sotterranei impressionanti per struttura e 
articolazione. Tra gli assaggi mi ha colpito il 
Voyes 2009, un Gran Cru con 60 mesi sui lieviti che presentava un naso complesso, intrigante e armonioso, anche in bocca la complessità 
era intensa e articolata. Estremamente lungo e ricco di sostanza e sapore.
Il tempo di riordinare le idee e con la macchina attraverso un’infinità di ettari vitati, ognuno di 
loro porta una targa sulla proprietà ed è un 
susseguirsi di nomi che scaldano la pelle e 
stimolano l’acquolina, fin che non arrivo a 
Trepail. Nuovamente nella “Montagna di Reims” patria del Pinot Nero. Anche stavolta trovo 
Adrien Pascal piccolo artigiano che predilige lo chardonnay, ne ha 5 ettari che lavora con 
grande amore e attenzione e qualcosa di Pinot Nero. Un giovane che si sta avviando ora, ma 
la batteria di vino che mi fa assaggiare mi 
danno sussulto. Il suo “Le Gran R” è a dir poco “strampalato” di una bontà impressionante. Una cuvée fatta da 50% chardonnay e 50% Pinot nero, entrambi del 2008 e questo solo per il 
50% del vino, il restante è il “vin de reserve” 
fatto da un altro 50% di assemblaggio del 2007, 30% del 2006 e 20% del 2005 e con solo 
4gr/l di zucchero. Un lavoraccio metterlo 
insieme, ma il risultato è strabiliante, uno 
champagne, si opulento, ma un naso intenso, 
complesso ed evoluto, dove il lievito integrale 
la fa da padrona, unito a intriganti sentori 
agrumati dove spicca un non nulla di cedro e 
un brivido di pepe di, in bocca è molto 
equilibrato nessuna virgola fuori posto, perlage infinito e setoso così come il lunghissimo 
sapido finale.
La mattina dopo 
sono a Pierry, in 
sostanza una 
continuazione di 
Epernay e mi 
fermo da Lenique Machael e Alexandre, 7 ettari sparsi nella Vallée de la Marne dove si 
coltivano tutti e 3 i classici vitigni. 
Difatti gli 
champagne 
prodotti hanno il 
più classico 
assemblaggio e 
sono un po’ più 
rustici e meno 
aristocratici, pur mantenendo un fascino unico. L’intera gamma è incentrata sulla semplicità di beva e gradevolezza essenziale, tra tutti mi è 
piaciuto il Secret de Famille, un assemblaggio di due Gran Cru, quello di Buzy con il Pinot 
Nero (30%) e quello di Menil S. Orger con lo 
chardonnay (70%) ricco di fiori di campo 
bianchi e gialli, verticale nell’acidità 
prorompente e dal frutto leggermente verde e 
finale sapido.
Pochi chilometri e arrivo a Buzy, in una maison media Gaston Cliquet, 23 ettari, ma pur 
sempre Récoltant Manipulant, cioè un’azienda che elabora autonomamente solo uve da poro coltivate.
Nulla è lasciato al caso, 1,5 ettari come 
giardino aziendale solo per esperimenti, prove e tentativi.
La cantina è affascinante, una passeggiata 
sotto terra affasciante. Tra gli innumerevoli 
assaggi lo Special Club 2007 mi colpisce per 
struttura generale, naso armonioso e bocca di un’armonia unica, nulla è poco, nulla è troppo, un gioco di emozioni leggermente agrumate 
molto piacevoli, dove acidità e sapidità vanno a braccetto.  Finisco la giornata un po’ più 
lontano, a Berges Les Vertus, sono 
nuovamente all’interno della Cote des Blanc 
ma ai piedi della Montagna di Reims presso una nuova realtà, Perrox Batteau 25.000 bottiglie a fronte di 5 ettari per il 95% vitati in 
chardonnay. Stile preciso e chiaro, i vini 
escono solo dopo aver passato 36 mesi sui 
lieviti. Da loro mi ha colpito il Nature, una 
cuvée di 2006 e 2007 non dosato e di solo 
chardonnay, un blanc de blanc dritto verticale a tratti invasivo con una forte mineralità 
affascinante e di una lunghezza pressoché 
Infinita.
L’ultimo giorno di visite è un vero tour de force sotto la pioggia e col freddo. Siamo a fine 
agosto, ma il termometro alle 9 di mattina 
arriva a 11 gradi e durante il giorno non supera i 15, sempre sotto una pioggia battente. Arrivo da Jacquesson, un grande nome, una garanzia, la cantina è molto bella e mi colpisce che 
usino ancora due storiche presse quadrate, 
comandate pneumaticamente e stoppate ai 
400 kg di pressione, nonostante il quasi 
milione di bottiglie prodotte. Tra i tanti assaggi alcuni “mono zone” riguardano i Gran Cru 
posseduti nei vari comuni e nelle varie zone, 
difatti oltre ai consueti champagne che riportano il numero dell’assemblaggio (739 è il nuovo in uscita), mi ha colpito il Cham Cain 2005, un Gran Cru di Avize e 100% di chardonnay, dal 
naso sussurrato che non si pronuncia 
nell’immediato, ma che sprigiona un bouquet 
piacevole, al palato è intenso e piacevole ma 
soprattutto armonioso.
Di corsa arrivo da Henry Giraud
vignaiolo 
estroverso e per 
certi versi 
innovativo, bottiglie stilisticamente 
ricercate, tappo 
fermato da una 
graffetta al posto della classica 
gabbietta, ma 
quello che mi 
colpisce di più 
sono le prove su 
anfore e piccoli 
otri di cemento, 
oltre che all’uso 
della barrique. Per questi dovrò ripassare quando saranno pronti. Mi toccherà. Tra tutti mi colpisce l’Aragonne 
2004, 75% di Pinot Nero, 25% di chardonnay e 120 mesi, 10 anni sui lieviti. Il vino è evoluto 
nell’integralità dei lieviti, note di corn flakes 
nette, così come avvertibile ma piacevole il 
chiaro uso del legno.  Nel pomeriggio arrivo ad un nome storico, uno di quelli che hanno fatto 
la storia dello champagne Vueve Cliquot, la 
cui vedova ha inventato il remuage, seppur 
ancora sul tavolo. Il giro nella cantina 
sotterranea è spettacolare, affascinante ed 
impressionante. 24 chilometri di labirinti 
sotterranei dove riposando un numero 
pressoché inscrivibile di bottiglie. L’assaggio 
riguarda La Grande Dame, come dire: ti piace 
vincere facile, almeno così mi fanno notare su Facebook, ma come non si può raccontare un vino che rasenta la perfezione 61% pino nero e saldo di chardonnay, 10 anni di lieviti, remuage manuale (hanno 2 persone che ogni giorno 
“girano 50.000 bottiglie…) nonostante un 
numero imprecisato (segreto aziendale) di 
bottiglie. Naso esotico, evoluto e intenso. In 
bocca è un susseguirsi di emozioni e 
palpitazioni struttura acidità minerale e frutto 
in perfetto equilibrio, a dir poco iper elegante.
Chiudo il mio 
percorso con una visita privata da 
Charles 
Heidsieck, un 
altro big del 
settore. Avere il 
privilegio di una 
visita privata, di 
passeggiare negli 8 chilometri sotto Reims dove 
riposano diversi milioni di bottiglie in stanze a forma di bottiglia (spero si capisca dalle 
foto, ndr) non è 
cosa da tutti i 
giorni, ed è un’esperienza unica. Così come 
unico è assaggiare la produzione in compagnia dello Chef de Cave, Cyril Brun, chiamato in 
servizio dalle ferie per colpa mia. Grazie Slow 
Food, molto del merito è tuo. Tra gli assaggi mi ha colpito il Brut Reserve, il vino d’ingresso, 
ma con 72 mesi sui lieviti. La costruzione 
tutt’altro che banale, 60% vino dell’annata con 33% dei vari vitigni (Pinot nero, chardonnay e 
pinot meunier), il 40% vin de reserve con pinot nero e chardonnay di anni precedenti anche 10 anni d’invecchiamento.
Fresco nella frutta soda, croccante e succosa, inteso e persistente in bocca dove evidenzia un finale intrigante e sapido. Non posso non raccontarvi anche il Blanc de Millenairs 1995, 20 anni sui lieviti, fermentato e rifermentato sui suoi lieviti. Cuvée di 5 cru diverse, 4 Gran Cru (Avize, Cremant, Ay e Mesnil) e 1 Premier Cru (Vertus) dall’eleganza infinita, morbidezza intrinseca. Acidità composta che gioca sulla finezza ed eleganza. Scorrevole e sapido lascia una bocca sussurrata e piacevolissima, come la sensazione che lascia un bacio rubato. Chiudendo che dire, Champagne, non aspetterò altri 45 anni prima di tornare.

mercoledì 20 maggio 2015

Chirofiore 2012 Toscana Bianco IGT di Tunia

Gusto Nudo di Bologna è da sempre una manifestazione particolare. Questo perché ha sempre un qualcosa che non va, negli anni passati dalla location troppo alternativa con skateboard a sfrecciarti di fianco, temperature impossibili . Quest’anno ad esempio aveva si una location bellissima in Bologna, il Parco Cavaticcio, ma i banchetti erano lasciati al caso senza nessuna indicazione di che azienda ci fosse dietro. Dal lato positivo invece Gusto Nudo ha il vantaggio di selezionare i cosiddetti “vignaioli eretici”, coloro che escono dai soliti schemi di convenzionalità, così che mi sono deciso e recato a farci un giro.
Sarò onesto fino in fondo, mentre cercavo di orientarmi tra i banchi cercando di capire chi fosse chi, ho intravisto una bella ragazza bionda occhi azzurri dietro ad un banco, si questo è stato il primo motivo che mi ha spinto verso Tunia, poi ho scoperto chi erano e il loro vino. Due chiacchere iniziali sul loro territorio e su quella che Chiara Innocenti e la sua amica da una vita Francesca Di Benedetto chiamano la loro pazzia, infatti, senza tradizione familiare alle spalle, decidono nel 2008 di catapultarsi in questo progetto, entrano da subito nel circuito di VinNatur e nel pieno del loro territorio sfruttando e convertendolo con vigneti tipici. Mentre chiacchieriamo mi versa un primo sorso del loroChirofiore 2012 Toscana Bianco IGT, lo osservo e chiaramente è un orange wine, ma è la storia che c’è dietro che mi conquista. Il vino è un blend di Trebbiano all’70% e vermentino 30%, e fin qui è semplice, ma la particolarità è che sono frutto di ben 4 vendemmie distinte. La prima vendemmia del trebbiano è precoce, giusto per dare un po’ di acidità in più, la seconda a maturazione del trebbiano, a cui si affianca la terza vendemmia, quella a maturazione del Vermentino. Chiude la 4 vendemmia cioè quella del trebbiano surmaturo, quasi appassito a dare complessità e morbidezza. In poche parole un lavoraccio a cui segue una macerazione non estrema, e che varia a seconda della vendemmia, la prima non fa macerazione ma dalla seconda invece ne fa più o meno una settimana. La fermentazione è sulle fecce fini per 12 mesi ed a vendemmie separate, ma tutte in acciaio. Con una storia così non posso non farmi dare una bottiglia. La bottiglia è la classica bordolese pesante e l’etichetta sobria ed elegante nel suo beige anticato. Stappo la bottiglia e mi servo il calce, il colore è aranciato carico ma limpido e luminoso, in naso è un bouquet in continuo cambiamento. Da subito frutta matura ed esotica, mango pesca ed albicocca la fanno da padrona. Vira poi nelle note balsamiche di macchia mediterranea con timo maggiorana e salvia belli evidenti per chiudere poi con note miste di panna montata e zafferano.  In bocca risulta grasso e leggermente glicerico. La vendemmia tardiva gli dona morbidezza e una sensazione dolce che lo indirizza nel “piacionismo”, ma è un impressione che sfuma subito, quando poi la bocca viene asciugata da un tannino robusto seppur vellutato e delicato a cui segue una sostenuta acidità che gli dona una goduriosa bevibilità. Si capisce fin dal primo sorso che non manca certamente carattere e corpo e struttura nsono ella media della tipologia, mentre il finale è particolarmente lungo durante il quale è evidente una sapidità di netto tratto minerale. La caratteristica che più mi ha colpito è che il Chiarofiore esce quanto basta dai canoni consueti per avere un ottimo carattere di base.


Consiglio di degustare questo Chiarofiore ad una temperatura di cantina, 14-15°, non lo raffredderei troppi onde evitare di appiattirgli i profumi. Mentre come abbinamento oltre che essere inconsueti come con la mia anguilla, che per altro ci sta divinamente, si po’ abbinare anche a formaggi di media e buona stagionatura o con inclinazione blu. Con un bel erborinato di capra tarerete molte soddisfazioni, così come con cacciagione di piuma cotti al forno in salse agrodolci, come con uvetta o mele. Regge molto bene anche il calice del giorno dopo, questa volta abbinato ad un buon risotto agli asparagi, e se caricate con del parmigiano in mantecatura l’abbinamento ci sta eccome. Ricordate che l’abbinamento migliore rimane quello di condividerne un calice con la persona amata. 

venerdì 24 aprile 2015

Dagamò Barbera Emilia IGT 2013 Al di là del Fiume

A volte una semplice bottiglia ti cambia l’umore. Sono arrivato a casa stanco morto dopo una trasferta di lavoro di quasi 14 ore di tutto avevo voglia tranne che di cucinare. Accendo il microonde e ci infilo la coscia di pollo della mensa rimasta, un po’ di insalata e la cena è servita. Cosa ci bevo? Dopo 6 ore di furgone un bel calice ci sta. Recupero una bottiglia di Dagamò Barbera Emilia IGT 2013 di Al di là del Fiume, piccola azienda dell’alto appennino bolognese. Siamo difatti a Marzabotto, ho visitato l’azienda, sita all’interno del Parco Monte Sole, la scorsa estate, ma sono passato qualche giorno dopo che una violenta tempesta aveva devastato e sradicato i vigneti, tanto che purtroppo tutta la produzione 2014 è andata perduta. Danila Mongardi, titolare assieme al marito Gabriele dell'azienda, però non si è abbattuta, anzi a preso spunto per perfezionare ancor di più il suo progetto di azienda bio sostenibile a 360°.
La bottiglia in questione è una barbera con una macerazione di 4 mesi in anfora e in un percorso di biodinamica. Forma bordolese tradizionale sormontata da una bella etichetta disegnata dell’artista Chiara Renda, mentre il nome del vino è una simpatica parola in dialetto bolognese.
Già alla mescita si è un poco straniti, colore tenue, scarico. Rosso granato poco intenso e quasi trasparente, ma basta portare il calice al naso per sentire un bouquet particolarmente fine ed elegante. Spesso e volentieri gli anforati peccano un po’ di precisione olfattiva, in questo caso ha tutte le sue cosine al posto giusto, piccoli frutti rossi in macerazione, fragole e fragoline di bosco lasciate a macerare nel vino, qualche ciliegia durone, poi arrivano le note floreali di glicine, geranio viola che si intrecciano a qualche sensazione vegetale che va a mirare nella macchia mediterranea fresca di primavera. Salvia, menta, sottobosco un po’ di rustica terra a completare un ventaglio che comunque mi si pone in un elegante equilibrio.
Appena deglutisco il primo sorso vengo colpito dalla disarmante bevibilità, fresco e acido come una barbera di rispetto, croccante nella sua snellezza e nel tannino appena sussurrato che non sfigura affatto. Discretamente lungo e altrettanto persistente durante la quale si apprezza una importante sapidità di netto tratto minerale. Corpo snello ma scattante, alcool moderato per una semplice ma intrigante bevuta in un equilibrio empirico di piacevolezza.
Consiglio di degustare il Dagamò in calici a tulipano di media grandezza ed ad una temperatura di cantina, 15, 16 gradi sono perfetti.
Io l’ho abbinato ad una coscia di pollo riscaldata, ma se voi lo abbinate ad un pollo allo spiedo e alla diavola appena cotto secondo me godrete molto, la carne non troppo saporita e la pelle croccante e speziata si addice a meraviglia con questo calice. Perfetto anche con il prosciutto crudo, anche stagionato o saporito come il toscano, con primi piatti a base di ragù di carni bianche, dal pollo al coniglio. Come secondi piatti un ottima idea può essere quella di accostarlo ad un filetto di maiale od a qualche fetta di succulento roastbeef.
Vino ideale da consumarsi durante le cene e grigliate estive tra amici, dove le bocce scorrono quasi senza sosta di continuità. Come sempre ricordo che l’abbinamento migliore è quello di condividerne un calice o due con la persona amata

venerdì 3 aprile 2015

Samodia 2008 Bologna Doc di Giorgio Erioli

E’ sempre un piacere portare in tavola una bottiglia di questo piccolo produttore dei Colli di Bologna, Giorgio Erioli. L’occasione me l’ha data l’uscita della sua raccolta di poesia “I sogni della notte ti parleranno” uscita nelle collane dei Minotauri Le Gorgoni di Teseo Editore.
Giorgio conduttore dell’azienda familiare è un poliedrico personaggio, profondo conoscitore della sua terra, della sua storia che già in passato aveva trasportato oltre che dentro la bottiglia anche sulla tela tanto da produrre una personale esposta lo scorso anno a Bologna, diverse citazioni sui cataloghi d’arte ed esposizioni anche all’estero.
Questo però rimane un blog di vino e non di arte, per cui rientriamo subito nel tema.
Il territorio di Erioli è Bazzano nella parte alta in cui si inizia a salire verso Monteveglio, mentre il vino è il Bologna Doc frutto di un vinaggio di Cabernet Sauvignon in prevalenza e saldo finale di merlot, affinato per 24 mesi in barrique e tonneau usati  prima di affinarsi in bottiglia.
La bottiglia è la classicissima bordolese con un’etichetta un po’ vintage d’impostazione con il logo aziendale e le scritte rosse su fondo bianco.
Alla mescita il Samodia è rosso rubino intenso, riflessi granati a ricordarci i 6 anni di invecchiamento, mentre il profumo è un ampio e armonico bouquet giocato sulla frutta e sulle spezie. Le prime sensazioni sono di frutta matura, quasi in confettura, prugna, ciliegia, fragole e lamponi, una piccola sventagliata di viola e peonia prima di virare deciso ed arrembante sul terziario di spezie dolci, un po’ di vaniglia, cannella, pepe a gogo qualche traccia ematica sul finire si avvinghia al misurato vegetale frutto di un mix di peperone ed erba umida tagliata. Profumi intensi e persistenti molto armoniosi che cambiano col passare del tempo regalando nuove sensazioni ad ogni olfazione.

Sono normalmente propenso a dividere i vini in ampi o verticali, ma la prima sensazione che provo in bocca è la profondità. Entra in bocca con vigoria, ora prepotente, ora suadente, sensazioni morbide che pongono la beva in equilibri. Succoso e carnale, croccante e fragrante con un tannino autoritario ma di una bella eleganza frutto di una trama fitta e vellutata. Le sensazioni gliceriche sono alte, ma il calore e l’alcool sono ben integrati e contro supportate da una spalla acida di tutto rispetto, ponendolo al tempo stesso, in questa fase, ad un equilibrio pressoché ideale, tanto che queste sensazioni calde non risultano pesanti.
Beva anch’essa piena e goduriosa, lunga e persistente con una bella coda sapida di tratto minerale.
Consiglio di degustare questo Samodia 2008 in ampi calici a ballon e con una apertura anticipata di diversi minuti, in modo da far respirare il vino ed armonizzare i profumi.
Come abbinamento migliore consiglio di degustarlo con un classico antipasto all’italiana a base di salumi, con primi piatti a base di paste sfoglie al mattarello con ragù di carni rosse o cacciagione.
Con i secondi piatti trova impego con arrosti e carni alla griglia, anche carni saporite come cacciagione o  ovini. Io l’ho abbinato ad un castrato alla griglia con insalata, un abbinamento assai riuscito in quanto la corposità e intensità della carne di pecora era perfetta con la corposità e intensità del vino.
Regge magnificamente il calice del giorno dopo, anzi, forse ancor migliore, questa volta abbinato ad una piadina salsiccia e cipolla, ed anche questa volta l’abbinamento mi ha soddisfatto, il mix tra freschezza e tannino del vino ben spalleggiavano il vero fast food romagnolo.

Vino perfetto da degustarsi nell’importante pranzo domenicale o nelle feste in famiglia  ricordando che l’abbinamento migliore è sempre quello di condividerne un calice con la persona amata

venerdì 20 marzo 2015

Bersot 1933 Pignoletto Emilia IGP 2012 di Gradizzolo

Con molta presunzione, ma un minimo di fondatezza posso dire di essere un conoscitore del mio territorio, della mia regione, della mia provincia e dei miei colli, se non altro ci studio, ci leggo mi documento.  Sono da sempre un sostenitore del nostro terroir e di conseguenza pignoletto, e spesso mi trovo a discutere di questo vino. La cosa è molto più semplice se a suo supporto delle tue parole  ti capita un pignoletto del genere. Difatti la bottiglia di quest’oggi è il Bersot 1933 Pignoletto Emilia IGP 2012 di Gradizzolo.
Gradizzolo è a Monteveglio, nella zona di maggior vocazione, in mezzo a boschi e vigneti, su terreni argillo calancuosi. La vigna che da origine a questo vino è del 1933 ed è quella piantata dal nonno di Antonio Ognibene, oggi titolare di Gradizzolo. Due sole tornature allevate a Guyot e con assoluto rispetto della natura. Banditi composti chimici, solamente rame e zolfo e i preparati biodinamici, 500 per il terreno, 501 per la vigna  e il sovescio, spesso fatto con favino e pisello. Vendemmia attenta e manuale, pressatura e vinificazione in bianco ed in acciaio. Un anno dopo passa in bottiglia, chiarificato solamente con travasi, qualche mese ed esce in commercio.
La bottiglia è la champagnotta con una bellissima etichetta semplice, chiara ed elegante che denota l’attenzione per un vino sopra la media.
Appena versato si evince un bellissimo colore giallo paglierino, quasi dorato, pieno di luce e luminosità. Il naso è suadente, evoluto, note dolci di frutta matura, frutta esotica, mango, ananas e papaya, qualcosa di nostrano di media grtandezza e soda, tipo la susina gialla e un po’ d’agrume con un fragrante cedro, poi nello scaldarsi i profumi hanno una sferzata verso un fresco vegetale. Note armoniose di macchia mediterranea un mix di salvia timo e maggiorana che s'intreccia alla begoniae ginestra. In bocca entra preciso, lineare e dinamico, succoso e preciso. Il Bersot come dicevamo è un 2012, quindi già con 2 anni di affinamento in bottiglia, affinamento che lo ha ammorbidito, difatti ora è in equilibrio pressoché perfetto. L’ancora grande acidità è mitigata da un corpo di livello ed ad un accenno tannico che asciuga la beva. Bevuta lunga e persistente, sicuramente interessante e gradevole, giocata su un’eleganza e finezza che pone questo pignoletto come uno dei riferimenti della tipologia. Durante la lunga persistenza si apprezza una striscia di sapore sapida di netto ed affascinante matrice minerale.
Consiglio di degustare il Bersot ad una temperatura di 14-16°, ed in calici di media grandezza a forma di tulipano.
Come abbinamento è perfetto con la tipica cucina emiliana e bolognese. Tortellini e passatelli chiaramente in brodo, ma anche la classicissima zuppa imperiale. Buona l’idea anche con primi piatti a base di verdure come asparagi o di pesce, in ques’ultimo caso mi indirizzerei verso pesci bianchi e cotture leggere.
Io l’ho abbinato ad un branzino al sale, abbinamento interessante in quanto il corpo del vino si sposava egregiamente con le carno sode e non intrinseche di sapore del pesce.

Consiglio di degustarlo nei classici pranzi domenicali in famiglia, dove chiacchere e allegria non mancano mai, ma dove anche la cucina un po’ più elaborata e grassa si addice meglio all’importanza di questo vino. L’abbinamento migliore rimane quello di condividerne un calice o più con la persona amata, la conquisterete, o terrete legata a voi, con suadente eleganza e raffinata classe. 

mercoledì 11 marzo 2015

Il Coroncino Verdicchio dei Castelli di Jesi DOC 2012 di Fattoria Coroncino,

Verso la fine di un periodo critico e buio che mi ha tenuto un po’ lontano da questo blog mi
i è venuta voglia di infrangere la mia personale austerity enogastronomica, concedendomi una bella boccia da bere. Ovviamente nel frattempo ho degustato assaggiato e commentato, ma una bevuta per il piacere di farla non me la ero concessa. Cosa sceglie un enostrippato per il neo battesimo?
Niente di più semplice che un Verdicchio base. Semplice si, ma troppo, se andiamo, come ho fatto io, a scegliere una bottiglia di Lucio Canestrari, fautore sovversivo della Fattoria Coroncino. La bottiglia in questione è Il Coroncino Verdicchio dei Castelli di Jesi DOC 2012 di Fattoria Coroncino, recuperata in un divertentissimo quanto freddo pomeriggio di fine agosto 2014 in compagnia dell’amico Andrea Marchetti di Intravino.
Coroncino e Lucio non hanno certo bisogno di questo blog per far parlare di se, per cuoi mi  soffermo solo sul fatto di come un un romano, trapiantato nello jesino abbia talmente creduto nell’autoctinicità del verdicchio da diventare un cavallo da tiro di un movimento, coniando al tempo stesso la sua famosa massima: “Ndo arivo metto ‘n segno”. Che non è una frase megalomane ma va intesa “io arrivo dove arrivo…”.
Il territorio è Staffolo, primo cocuzzolo degli appennini sopra Jesi che domina l’Adriatico , terra vocatissima per dar luce a dei signori verdicchi coltivato nel rispetto più assoluto dell’equilibrio uomo terra.
La bottiglia è la classicissima bordolese sormontata da un’etichetta multicolor di stile futurista   con il logo aziendale rosso e un alternarsi di grappoli d’uva bianca e nera  a fasciare.
Appena versato mostra un colore giallo paglierino pieno e carico con riflessi leggermente dorati, basta accostare il naso per essere invasi da profumi freschi ed estivi. Note di ginestra, biancospino ed un po’ di finocchietto immediate lasciano il posto al frutto con l’aumentare della temperatura pesca col pelo, susina ananas per chiudere con la vena quasi gessosa del minerale con scia di rosmarino in fiore.
In bocca entra dritto e preciso, franco, quasi crudo, con un sensazione tutto sommato morbida, probabilmente dovuta all’annata calda che ha tolto un poco di acidità ma portando il vino in un empirico equilibrio tra l’acidità, per l’appunto, e la grande sapidità ovviamente lasciata dalla vicinanza dell’Adriatico. Questa sapidità risalta ancor di più nel lungo finale persistente, dove c’è un ritorno del frutto, stavolta secco che mi riconduce alla nocciola e alla mandorla. Corpo e struttura di tutto rispetto sostengono a meraviglia la parte consistente d’alcool (14%) che contribuisce così anch’essa a tenere in equilibrio il vino. La cosa che mi piace di più di questo vino è la sua schiettezza, il suo essere senza fronzoli e senza “pippe” come diciamo qua a Bologna. Accosti il naso ed immediatamente sei catapultato in piena estate, tra sole e mare, infradito e tanga. Sorseggi il calice e la mente va fluttuando in positività, come solo i piaceri sanno dare. Calice non impegnativo ma assolutamente mai banale e che sorso dopo sorso e non lascia spazio ai compromessi. Ndo arivo metto ‘n segno.
Consiglio di degustare questo Coroncino 2012 in calici a tulipano di media grandezza, ad una temperatura si fresca, ma non fredda.
Come abbinamento c’è solo l’imbarazzo della scelta, se ci concediamo un intero pasto a base di pesce, questo calice può essere tranquillamente un perfetto compagno dall’inizio alla fine. Io sinceramente avevo voglia di bere bene, non avevo voglia di trafficare ai fornelli per cui c’ho abbinato a dei semplici bastoncini di merluzzo al forno, abbinamento che oscilla tra il sacro 8del vino) ed il profano (dei bastoncini) passando dal Diavolo (sempre dei bastoncini) all’acqua santa, (sempre del vino).
Sul calice del giorno dopo non posso scendere in tecnicismi, non me ne è rimasto!

Vino perfetto per essere consumato nel pranzo domenicale in famiglia, ricordando che l’abbinamento migliore rimane quello di condividerne un calice o due con la, le persone amate!